Studio Legale Ollari
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Notizia 30/06/2020

Il tecnico del proprietario non può ricorrere se il Comune non approva il suo progetto





Pubblicato il 30/06/2020
N. 00132/2020 REG.PROV.COLL.
N. 00239/2016 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Emilia Romagna
sezione staccata di Parma (Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 239 del 2016, proposto da
Monica Pedretti, rappresentata e difesa dagli Avvocati Maurizio Palladini ed Enrico Prost, con domicilio eletto presso il primo, in Parma, via Alceste De Ambris n.4/A;
contro
Comune di Felino, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocato Roberto Ollari, con domicilio eletto presso il suo studio, in Parma, borgo Zaccagni n. 1;
Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, presso la quale è ex lege domiciliato, in Bologna, via A. Testoni, 6;
per l'annullamento
della comunicazione datata 29 gennaio 2016 mediante la quale veniva applicata la sanzione paesaggistica ex art.167 d.lgs. n.42/2004 a seguito di presentazione di accertamento di conformità ex art. 17 della L.R. n. 23/2004 n. 9294 dell’8 agosto 2015;
della determinazione n. 374/G e 20/S datata 20 luglio 2007;


Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Comune di Felino e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 24 giugno 2020 il dott. Marco Poppi;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO
Il Comune di Felino (di seguito Comune), accertata a seguito di controlli a campione ex art. 23, comma 9, della L.R. n. 15/2003, la difformità dell’intervento edilizio riferito all’immobile ad uso abitativo di proprietà dei Signori Ghiozzi Silvia e Ghidozzi Simone, con permesso di costruire n. 38/2010 e SCIA n. 2371 del 20 marzo 2012, con nota del 23 maggio 2015, indirizzata a i proprietari dell’immobile e, per conoscenza, al Tecnico da questi incaricato, richiedeva la presentazione di un’istanza di rilascio del permesso di costruire in sanatoria, nonché, dell’istanza di compatibilità paesaggistica ex art. 167 del D. Lgs. n. 42/2004.
La ricorrente, nella qualità di tecnico incaricato, in data 8 agosto 2015, presentava la richiesta di sanatoria riferita agli interventi realizzati in difformità rispetto ai titoli edilizi precedentemente rilasciati, nonché, di accertamento di compatibilità ex art. 181, comma 1 quater del D. Lgs. n. 42/2004.
A quest’ultima richiesta venivano allegate una perizia extragiudiziaria ed una “relazione per la valutazione dell’indennità risarcitoria del danno ambientale”, entrambe redatte dalla Ricorrente.
Il Comune, acquisito il parere favorevole della Soprintendenza, accertava la compatibilità paesaggistica dell’intervento e, con relazione istruttoria del 29 gennaio 2016, aderendo allo schema di calcolo prospettato dalla stessa Ricorrente, fissava l’importo della sanzione pecuniaria ex art. 167 del D. Lgs. n. 42/2004 nella misura di € 6.666,66 richiamando la determinazione n. 374/G del 20 luglio 2007 (provvedimento che fissava l’importo base della sanzione, che veniva impugnato quale atto presupposto).
La Ricorrente impugnava i provvedimenti in epigrafe specificati, in un primo tempo, con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica e, a seguito di atto di opposizione del Comune ex art. 10, comma 1, del d.P.R. n. 1199/1971, si costituiva in giudizio innanzi alla Sezione con atto depositato il 12 settembre 2016.
Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Comune si costituivano formalmente in giudizio con atti depositati, rispettivamente, il 23 e 27 settembre 2016.
Il Comune, con memora depositata il 21 maggio 2020 eccepiva il difetto di legittimazione e di interesse della Ricorrente in quanto non destinataria dei provvedimenti impugnati ma controinteressata rispetto ai medesimi, nonché, l’infondatezza nel merito delle avverse censure.
La Ricorrente replicava con memoria del 2 giugno 2020, affermando il proprio interesse alla decisione.
Con note di udienza del 19 giugno 2020, il Comune ribadiva le proprie eccezioni preliminari e di merito chiedendo che la causa fosse trattenuta in decisione sugli scritti.
All’esito dell’udienza del 24 giugno 2010, celebrata con le modalità di cui all’art. 84, comma 6, del D.L. n. 18/2020, la causa veniva decisa.
La Ricorrente impugna l’atto del 29 gennaio 2016 con il quale il Comune, in applicazione dei criteri di cui alla determinazione n. 374/G del 20 luglio 2007, definiva l’importo della sanzione pecuniaria applicata previo accertamento della intervenuta realizzazione di opere in zona sottoposta a vincolo paesaggistico in assenza/difformità della prescritta autorizzazione paesaggistica.
Preliminarmente si rileva che la Ricorrente fonda la propria legittimazione a ricorrere sul duplice presupposto di essere destinataria del provvedimento impugnato e “anche per tutelarsi avverso addebiti di responsabilità professionale” (pag. 3 del ricorso).
Il Comune eccepisce in via pregiudiziale il difetto di legittimazione della Ricorrente in quanto non destinataria del provvedimento impugnato (se non per conoscenza) con il quale veniva stabilita la sanzione a carico del trasgressore (ai sensi rt. 167, comma 5, del D. Lgs. n. 42/2004) che, nella fattispecie, non potrebbe che indentificarsi nel proprietario dell’immobile.
Il Comune eccepisce ulteriormente l’inammissibilità del ricorso per difetto di interesse atteso che la Ricorrente (che semmai potrebbe rivestire la qualità di “controinteressato rispetto la provvedimento impugnato” – pag. 7 della memoria del Comune) non patisce alcun pregiudizio della propria sfera giuridica per effetto deli provvedimenti impugnati destinati ad incidere unicamente nella sfera dei proprietari tenuti al pagamento della sanzione.
L’eccezione è fondata.
In primis si rileva che la Ricorrente non è destinataria della sanzione impugnata che perveniva alla stessa unicamente per conoscenza.
Ciò premesso, non può che richiamarsi la pacifica posizione della giurisprudenza che non riconosce la sussistenza di un interesse all’impugnazione di provvedimenti adottati in materia edilizia in capo ai tecnici incaricati dalla proprietà.
E’ stato infatti, affermato come “non sussiste un interesse, neppure morale, del professionista a impugnare il diniego della concessione edilizia richiesta da un terzo sulla base del progetto da esso professionista redatto, e questo perché il diniego dispone sullo jus aedificandi, e non sull'esercizio della professione del progettista, né sulle sue qualità e prestigio, che non possono reputarsi chiamate in causa da rilievi operati dall'amministrazione in funzione del corretto uso del territorio (fra le altre, cfr. Cons. Stato, sez. IV, 17 settembre 2012, n. 4924; id., sez. IV, 18 aprile 2012, n. 2275; id., sez. V, 5 marzo 2001, n. 1250). A maggior ragione, l'assunto vale laddove il diniego riguardi non un'opera da realizzare, ma un'opera già realizzata e da sanare, venendo in gioco i medesimi principi. L'istanza di sanatoria non è riferibile al professionista che abbia sottoscritto, in veste di tecnico della proprietà, i relativi elaborati e le necessarie asseverazioni: costui non è pertanto legittimato, né ha interesse, a dolersi dell'eventuale diniego, essendo al più titolare di un interesse di fatto all'accoglimento dell'istanza da lui elaborata (così T.A.R. Toscana, sez. III, 8 maggio 2019, n. 679)” (TAR Toscana, Sez. III, 16 dicembre 2009, n. 1709).
Il suesposto principio trova applicazione anche al caso di specie, atteso che la sanzione prevista in conseguenza di interventi addebitabili alla proprietà, come ripetutamente affermato, è priva di incidenza nella sfera giuridica del Professionista incaricato che, in relazione all’accoglimento dell’istanza di sanatoria (e a maggior ragione alla quantificazione della relativa sanzione), non vanta alcun interesse, se non di mero fatto.
Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile per difetto di legittimazione della Ricorrente.
La specificità della fattispecie oggetto del giudizio, determina la compensazione delle spese di lite fra le parti.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia Romagna, Sezione staccata di Parma, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile nei sensi di cui in motivazione.
Spese compensate
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.
Così deciso nella camera di consiglio del giorno 24 giugno 202, tenutasi mediante collegamento in videoconferenza, secondo quanto disposto dall’art. 84, comma 6, del D.L. 17 marzo 2020, n. 18, con l'intervento dei magistrati:
Germana Panzironi, Presidente
Marco Poppi, Consigliere, Estensore
Massimo Baraldi, Referendario


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Marco Poppi Germana Panzironi





IL SEGRETARIO






Notizia 22/06/2020

bonus edilizia : 110% per tanti interventi (sisma bonus, eco bonus, cappotti, pannelli etc)




La legge 34/2020 cerca di aiutare l'edilizia, di fatto, ponendo sulle imprese l'onere di trovare i finanziamenti dalle banche (cui lascia il 10%) che finanziano al 100 molti interventi

Alcune misure come incentivi e detrazioni fiscali, già previsti per il 2020 in un range dal 50 all’85%, vengono ulteriormente ampliate al 110% fino alla fine dell’anno.

Questo vale per le spese sostenute tra il 1° luglio 2020 e il 31 dicembre 2021.
Il Decreto denominato appunto “Rilancio” (legge 19 maggio 2020, n. 34) approvato dal Consiglio dei ministri e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, prevede una serie di misure fiscali volte favorire e incentivare la ripresa economica del settore produttivo italiano, fortemente colpita dalla crisi pandemica.

Alcuni interventi specifici possono beneficiare di un ulteriore sconto in fattura, arrivando a totalizzare il 110 % di detrazioni.

L’aliquota di detrazione viene maggiorata nella misura del 110 per cento delle spese sostenute tra il 1° luglio 2020 e il 31 dicembre 2021 per specifici interventi, volti a:
• incrementare l’efficienza energetica degli edifici (ecobonus),
• la riduzione del rischio sismico (sismabonus)
• per interventi ad essi connessi relativi all’installazione di impianti fotovoltaici
• colonnine per la ricarica di veicoli elettrici.
Per tali interventi – come per altre detrazioni in materia edilizia – in luogo della detrazione, il contribuente potrà optare per un contributo sotto forma di sconto in fattura da parte del fornitore, che potrà recuperarlo sotto forma di credito di imposta cedibile ad altri soggetti, comprese banche e intermediari finanziari, ovvero per la trasformazione in un credito di imposta.

Super ecobonus: gli interventi incentivabili
Rientrano in questa categoria tutti quegli interventi finalizzati alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio. La detrazione del 110 per cento, si applica per le spese documentate e sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021, da ripartire tra gli aventi diritto in cinque quote annuali di pari importo.

Vale per tutti i casi previsti dall'articolo 14 del decreto-legge n. 63 del 2013, a condizione che essi siano eseguiti congiuntamente ad almeno uno dei seguenti interventi (art.119, comma I):

• isolamento termico delle superfici opache verticali e orizzontali (cappotto termico) che interessano l'involucro dell'edificio con un 'incidenza superiore al 25 per cento della superficie disperdente lorda dell'edificio medesimo. La detrazione è calcolata su un ammontare complessivo delle spese non superiore a euro 60.000 per ogni unità immobiliare che compone l'edificio.

• edifici unifamiliari: sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a pompa di calore, ivi inclusi gli impianti ibridi o geotermici, anche abbinati all'installazione di impianti fotovoltaici e relativi sistemi di accumulo, ovvero con impianti di microcogenerazione. La detrazione è calcolata su un ammontare complessivo delle spese non superiore a euro 30.000 ed è riconosciuta anche per le spese relative allo smaltimento e alla bonifica dell'impianto sostituito.

• parti comuni degli edifici condominiali: sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti centralizzati per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria a condensazione, con efficienza almeno pari alla classe A di prodotto, a pompa di calore, inclusi gli impianti ibridi o geotermici, anche abbinati all'installazione di impianti fotovoltaici e relativi sistemi di accumulo, ovvero con impianti di microcogenerazione. La detrazione è calcolata su un ammontare complessivo delle spese non superiore a euro 30.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l'edificio ed è riconosciuta anche per le spese relative allo smaltimento e alla bonifica dell'impianto sostituito;

Ai fini dell'accesso alla detrazione, gli interventi rispettano i requisiti minimi previsti dai decreti di cui al comma 3-ter dell'articolo 14 del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 63, e, nel loro complesso, devono assicurare, anche congiuntamente agli impianti fotovoltaici, il miglioramento di almeno due classi energetiche dell'edificio, ovvero, se non possibile, il conseguimento della classe energetica più alta, da dimostrare mediante l'attestato di prestazione energetica (A.P.E), ante e post intervento, rilasciato da tecnico abilitato nella forma della dichiarazione asseverata.

Impianti fotovoltaici e sistemi di accumulo

I commi 5 e 6 dell’art.119 del Decreto Rilancio, inseriscono tra gli interventi agevolabili dal Superbonus anche gli impianti solari fotovoltaici connessi alla rete elettrica e relativi sistemi di accumulo o batterie a patto che, l'installazione degli impianti sia eseguita congiuntamente agli interventi di efficientamento energetico sopra descritti (comma I).

Il superbonus vale per le spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021, nella misura del 110 per cento o ad un ammontare complessivo non superiore a euro 48.000 e comunque nel limite di spesa di euro 2.400 per ogni kW di potenza nominale dell'impianto solare fotovoltaico, da ripartire tra gli aventi diritto in cinque quote annuali di pari importo, sempreché l'installazione degli impianti sia eseguita congiuntamente agli interventi di efficientamento energetico sopra descritti.

Nel caso di interventi di nuova costruzione, consistente ristrutturazione edilizia o demolizione e ricostruzione, la suddetta quota viene ridotta a 1.600 euro per ogni kW di potenza nominale.


La super-detrazione comprende anche l'installazione contestuale o successiva di sistemi di accumulo integrati negli impianti solari fotovoltaici, alle stesse condizioni, negli stessi limiti di importo e ammontare complessivo e comunque nel limite di spesa di euro 1.000 per ogni kWh di capacità di accumulo del sistema.

La detrazione è subordinata alla cessione in favore del GSE dell'energia non auto-consumata in sito e non è cumulabile con altri incentivi pubblici o altre forme di agevolazione di qualsiasi natura previste dalla normativa europea, nazionale e regionale, compresi i fondi di garanzia e di rotazione di cui all'articolo 11, comma 4, del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28.




Requisiti Minimi
L’accesso alle agevolazioni fiscali del Superbonus green è subordinato al possesso dei seguenti requisiti:
• gli interventi, nel loro complesso, devono garantire il miglioramento di almeno due classi energetiche dell'edificio, o se non possibile, il conseguimento della classe energetica più alta (dimostrato da APE pre e post-intervento rilasciato da tecnico abilitato)
• nel caso di persone fisiche (no aziende o professioni), la detrazione spetterà solo all’abitazione principale o prima casa
Beneficiari
Le disposizioni contenute nei (commi da l a 8) si applicano agli interventi effettuati.
Le detrazioni del superbonus maggiorate nella misura del 110%, si applicano a tutti gli interventi enunciati.

Possono beneficiarne:
• i condomìni;
• le persone fisiche, al di fuori dell'esercizio di attività di impresa, arti e professioni, su unità immobiliari o edifici unifamiliari adibiti ad abitazione principale;
• gli Istituti autonomi case popolari (IACP) comunque denominati nonché dagli enti aventi le stesse finalità sociali dei predetti Istituti, istituiti nella forma di società che rispondono ai requisiti della legislazione europea in materia di 'in house providing' per interventi realizzati su immobili, di loro proprietà ovvero gestiti per conto dei comuni, adibiti ad edilizia residenziale pubblica;
• le cooperative di abitazione a proprietà indivisa, per interventi realizzati su immobili dalle stesse
posseduti e assegnati in godimento ai propri soci.
Le disposizioni contenute nei commi da l a 3 non si applicano agli interventi effettuati dalle persone fisiche, al di fuori di attività di impresa, arti e professioni, su edifici unifamiliari diversi da quello adibito ad abitazione principale.
Da detrazione fiscale a sconto e credito d’imposta cedibile
I beneficiari delle agevolazioni fiscali, in luogo della detrazione diretta, possono alternativamente optare:
• per un contributo, sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto fino a un importo massimo pari al corrispettivo dovuto, anticipato dal fornitore che ha effettuato gli interventi e da quest'ultimo recuperato sotto forma di credito d'imposta, con facoltà di successiva cessione del credito ad altri soggetti, ivi inclusi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari;
• per la trasformazione del corrispondente importo in credito d'imposta, con facoltà di successiva cessione ad altri soggetti, ivi inclusi istituti di credito e altri intermediari finanziari.
Per le spese sostenute tra il 1° luglio 2020 e il 31 dicembre 2021, relative ad interventi di:
• recupero del patrimonio edilizio
• efficienza energetica
• adozione di misure antisismiche
• recupero o restauro della facciata degli edifici esistenti, ivi inclusi quelli di sola pulitura o tinteggiatura esterna
• installazione di impianti fotovoltaici
• installazione di colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici
Il credito d'imposta è usufruito con la stessa ripartizione in quote annuali con la quale sarebbe stata utilizzata la detrazione. Le modalità attuative saranno definite entro 30 giorni dal decreto, con provvedimento dell’Agenzia delle Entrate.





Notizia 18/05/2020

In Toscana il cartelli di cantiere fa decorrere alcuni termini per impugnare





Pubblicato il 06/12/2019

N. 01667/2019 REG.PROV.COLL.

N. 01718/2017 REG.RIC.



REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1718 del 2017, integrato da motivi aggiunti, proposto da
Giuseppe Rogantini Picco, rappresentato e difeso dagli avvocati Giuseppe Morbidelli e Alfonso Viscusi, con domicilio eletto presso lo studio Giuseppe Morbidelli in Firenze, via La Marmora n. 14;
contro

Comune di Bagno a Ripoli (FI), in persona del Sindaco in carica, rappresentato e difeso dall'avvocato Roberto Ollari, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Parma, Borgo Zaccagni n. 1;
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e per le Province di Pistoia e Prato, in persona del legale rappresentante in carica, rappresentati e difesi dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Firenze, domiciliataria ex lege presso i suoi uffici in Firenze, via degli Arazzieri n. 4;
Enac - Ente Nazionale Aviazione Civile, Enav s.p.a.- Ente Nazionale di Assistenza al Volo non costituiti in giudizio;
nei confronti

Telecom Italia s.p.a., Rfi – Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. – Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane non costituiti in giudizio;
Tim S.p.A., rappresentato e difeso dagli avvocati Giuseppe De Vergottini e Simone Mazzoni, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso lo studio Jacopo Sanalitro in Firenze, viale Spartaco Lavagnini n. 15;
per l'annullamento

per quanto riguarda il ricorso introduttivo:

autorizzazione Unica SUAP n. 5001/2017 del 27.7.2017, rilasciata dal Comune di Bagno a Ripoli ai sensi dell'art. 87 del D.lgs. 259/2003 per la realizzazione da parte di Telecom Italia S.p.a. di una Stazione Radio Base denominata “FI VILLAMAGNA TAV” (FY3E) da eseguirsi in Via di Rimaggio snc c/o Area di Triage RFI (provvedimento conosciuto in data 19.10.2017 all'esito dell'istanza di accesso agli atti presentata in data 13.10.2017); autorizzazione paesaggistica n. 46 del 12.7.2017, rilasciata dal Comune di Bagno a Ripoli per la realizzazione della stazione radio base per telefonia mobile anzidetta (provvedimento conosciuto in data 19.10.2017 all'esito dell'istanza di accesso agli atti presentata in data 13.10.2017); nonché per l'annullamento per quanto occorrer possa, di tutti gli atti comunque connessi, presupposti e conseguenti, se lesivi, ivi inclusi il parere di conformità urbanistica rilasciato dal Settore Urbanistica del Comune di Bagno a Ripoli in data 27.7.2017, prot. n. 26032 e il parere favorevole reso dalla Commissione Comunale per il Paesaggio in data 26.4.2017.

per quanto riguarda i motivi aggiunti presentati il 28\2\2019:

- nota ENAC prot. 0055852-P del 31.5.2017 recante oggetto “Istanza per palo /antenna di stazione radio base di proprietà della Società Telecom Italia nel Comune di Bagno a Ripoli (FI), via di Rimaggio snc (MW 110_2017) - Valutazione di compatibilità ostacoli e pericoli alla navigazione aerea ex art. 709, comma 2, Cod. Nav.”, conosciuta all'esito del relativo deposito nel giudizio, Sez. I, R.G. 1718/2017 in data 27.12.2019 (prot. deposito atto n. 2018018719)

- per quanto occorrer possa, di tutti gli atti comunque connessi, presupposti e conseguenti, se lesivi, ivi inclusi il parere ENAV prot. 73859 dell'8.5.2017 (ENAC - PROT 8.5.2017-0046112-A) - non prodotto ex adverso agli atti del giudizio;

e per l'introduzione di nuove censure a sostegno del ricorso proposto per l'annullamento

- dell'autorizzazione unica SUAP n. 5001/2017 del 27.7.2017, rilasciata dal Comune di Bagno a Ripoli ai sensi dell'art. 87 del D.lgs. 259/2003 per la realizzazione da parte di Telecom Italia s.p.a. di una stazione radio base denominata “FI VILLAMAGNA TAV” (FY3E) da eseguirsi in Via di Rimaggio snc c/o area di triage RFI (provvedimento conosciuto in data 19.10.2017 all'esito dell'istanza di accesso agli atti presentata in data 13.10.2017);

- dell'autorizzazione paesaggistica n. 46 del 12.7.2017, rilasciata dal Comune di Bagno a Ripoli per la realizzazione della stazione radio base per telefonia mobile anzidetta (provvedimento conosciuto in data 19.10.2017 all'esito dell'istanza di accesso agli atti presentata in data 13.10.2017);

- per quanto occorrer possa, di tutti gli atti comunque connessi, presupposti e conseguenti, se lesivi, ivi inclusi il parere di conformità urbanistica rilasciato dal Settore Urbanistica del Comune di Bagno a Ripoli in data 27.7.2017, prot. n. 26032 ed il parere favorevole reso dalla Commissione Comunale per il Paesaggio in data 26.4.2017.


Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 18 settembre 2019 il presidente Manfredo Atzeni e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO



1. Il signor Giuseppe Rogantini Picco è proprietario di diverse aree urbane nel Comune di Bagno a Ripoli (Foglio 16 - Particelle 10, 743, 11, 12, 13, 14, 1775, 211 e 705).

Con ricorso a questo Tribunale, notificato il 18 dicembre 2017, depositato il successivo 29 dicembre e rubricato al n. 1718/2017, impugna l’autorizzazione unica SUAP n. 5001/2017 del 27 luglio 2017 e l’autorizzazione paesaggistica n. 46/2017 del 19 ottobre 2017 con le quali il Comune di Bagno a Ripoli ha assentito la realizzazione da parte di Tim s.p.a. (già Telecom Italia s.p.a.) di una stazione radio base (SRB) denominata “FI VILALMAGNA TAV” da eseguirsi in area limitrofa a quella di sua proprietà (Foglio 16 - Particelle 876 e 877).

Il ricorso è affidato ai seguenti motivi:

1) Violazione e falsa applicazione art. 3 L. 7.8.1990, n. 241;

- Violazione e falsa applicazione art. 146 D.lgs. 22.1.2004, n. 42;

- Violazione e falsa applicazione DM 30.10.56 e artt. 4.c.1. e 4.c.4 della sezione “C” della scheda di vincolo del PIT;

- Eccesso di potere per carenza di presupposti, travisamento dei fatti, carenza di istruttoria, difetto di motivazione ed illogicità manifesta.

2) Violazione e falsa applicazione art. 3 L. 7.8.1990, n. 241;

- Violazione e falsa applicazione DM 28.10.2005;

- Violazione e falsa applicazione art. 709 r.d. 30.3.1942, n. 327 (Cod. Nav);

- Violazione e falsa applicazione delle prescrizioni di cui al documento ENAC recante oggetto “Verifica Preliminare - Verifica Potenziali ostacoli per pericoli per la navigazione aerea”;

- Violazione e falsa applicazione art. 87, d.lgs. 259/2003;

- Eccesso di potere per carenza di presupposti, travisamento dei fatti, carenza di istruttoria, difetto di motivazione ed illogicità manifesta.

3. Violazione e falsa applicazione artt. 9 e 17 LRT 6.10.2011, n. 49.

- Eccesso di potere per violazione del principio del giusto procedimento, difetto di istruttoria e carenza assoluta di motivazione.

4. Violazione e falsa applicazione art. 87, comma 4, D.lgs. 1.8.2003, n. 259;

- Eccesso di potere per violazione del principio del giusto procedimento, difetto di istruttoria e carenza assoluta di motivazione.

A sostegno della domanda il ricorrente deduce che l’assentita realizzazione di una SRB di 28 metri di altezza in un’area di rilevante valore paesaggistico e di notevole interesse pubblico (in quanto destinata all’atterraggio di elicotteri per la gestione delle emergenze in caso di sinistri nella prospiciente rete ferroviaria) si pone in contrasto con il vincolo paesaggistico caratterizzante l’area ex d.m. 30 ottobre 1956 e interferisce con l’operatività in sicurezza della piazzola destinata all’elisoccorso.

Il ricorrente chiede quindi l’annullamento dei provvedimenti impugnati.

Si è costituito in giudizio il Comune di Bagno a Ripoli, sostenendo in via pregiudiziale l’irricevibilità e l’inammissibilità del ricorso e nel merito, in ogni caso, la sua infondatezza.

La Soprintendenza Archeologica delle Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e per le Province di Pistoia e Prato e il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo si sono limitate ad una costituzione pro-forma.

Si è costituita in giudizio anche la controinteressata Tim s.p.a. (già Telecom Italia s.p.a.), affidando la difesa a eccezioni comuni a quelle proposte dal Comune resistente.

Le parti hanno quindi scambiato memorie.

In vista della discussione nel merito, Tim s.p.a. ha depositato la nota ENAC (Ente Nazionale per l'Aviazione Civile) prot. 0055852-P del 31 maggio 2017 recante “Valutazione di compatibilità ostacoli e pericoli alla navigazione aerea” resa ex art. 709, comma 2, cod. nav. e in data 11 gennaio 2019 ha depositato l’istanza volta al rilascio del parere medesimo unitamente ai documenti a supporto, allegati grafici e parere del Comando 1^ Regione Aerea dell’Aeronautica Militare a supporto.

Il Tribunale, dato atto della necessità espressa dal ricorrente di proporre motivi aggiunti su atti conosciuti solo a seguito del deposito giudiziale e su richiesta delle parti stesse, disponeva la cancellazione della causa dal ruolo.

2. Con motivi aggiunti notificati in data 21 dicembre 2018 il ricorrente ha impugnato la suddetta nota ENAC, nonché ogni atto connesso, presupposto e conseguente a tale nota, tra cui il parere ENAV (Ente Nazionale per l'Assistenza al Volo) prot. 73859 dell’8.5.2017, non prodotto in giudizio.

Il ricorrente ha dedotto illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere in quanto la predetta nota sarebbe stata rilasciata senza svolgere alcun accertamento sulla compatibilità della SRB con l’elisuperficie tanto da omettere qualsiasi riferimento in merito, con la conseguenza che l’autorizzazione unica SUAP n. 5001/2017 resterebbe in sostanza priva della necessaria valutazione ENAC.

Si è costituito in giudizio il Comune di Bagno a Ripoli, riproponendo le tesi difensive contenute nel giudizio principale e chiedendo il rigetto del ricorso.

Le parti hanno scambiato memorie.

La causa è stata assunta in decisione alla pubblica udienza del 18 settembre 2019.

3. Il ricorrente contesta i provvedimenti con i quali il Comune di Bagno a Ripoli ha assentito la realizzazione di una SRB, in violazione delle norme a tutela della proprietà, dell’uso del territorio, della salute e dell’ambiente e del notevole interesse pubblico dell’area interessata dall’intervento come impresso dal d.m. 30 ottobre 1956, che ha sottoposto l’area a tutte le prescrizioni di cui alla legge 29 giugno 1939, n. 1497 “Protezione delle bellezze naturali”.

Deve essere precisato, preliminarmente, che il ricorrente di fatto si duole ex se della realizzazione dell’opera, senza svolgere alcuna contestazione attinente l’intervento-tipo autorizzato e senza avanzare concrete pretese in termini di mitigazione dell’impatto dell’opera sullo stato esteriore della località e di contenimento del disturbo alla bellezza naturale e panoramica dell’insieme.

4 Il Collegio prende preliminarmente in esame le eccezioni di rito sollevate dall'Amministrazione resistente e dalla controinteressata nella proprie memorie difensive.

4.1. Queste ultime eccepiscono l’inammissibilità del ricorso introduttivo per difetto di interesse sul presupposto della insufficienza della vicinitas a sorreggere un concreto ed attuale interesse a ricorrere in assenza della allegazione di una lesione specifica alla propria sfera giuridica.

L’eccezione deve essere disattesa.

Nel caso di specie l’interesse del ricorrente si fonda non sull’applicazione astratta del criterio della vicinitas ma sulla concreta incidenza del manufatto in questione sul godimento dell’immobile di sua proprietà.

Ed invero non può essere contestato che la vicinanza di una costruzione in metallo dell’altezza di 28 metri incida sul pregio delle aree circostanti, quanto meno sotto il profilo dell’amenità della vista che da esse si gode.

Deve quindi essere riconosciuto l’interesse del ricorrente a impugnare gli atti in epigrafe.

4.2. Le parti resistenti eccepiscono poi l’irricevibilità del ricorso introduttivo per tardività, in quanto notificato in data 18 dicembre 2017 e quindi oltre i termini di decadenza; questi infatti decorrono, a loro avviso, dal giorno 3 agosto 2017, data di apposizione del cartello di cantiere di cui all’art. 20, comma 6, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, recante gli estremi del titolo edilizio e la tipologia di intervento e contestuale inizio dei lavori.

Il ricorrente afferma di avere avuto piena ed effettiva conoscenza della tipologia e delle caratteristiche dell’intervento nonché delle dedotte carenze istruttorie in data 19.10.2017 solo in esito all’accesso agli atti e, in ogni caso, di avere avuto percezione diretta della entità delle opere e piena contezza della loro capacità lesiva in data 27.10.2017, termine di conclusione dei lavori.

Sul punto, deve convenirsi con il ricorrente che l'esposizione del cartello di cantiere non integra, in sé, una forma di conoscenza legale dell’autorizzazione alla realizzazione dell’opera.

Tuttavia, alla stregua dei principi enucleati dalla giurisprudenza, deve essere rilevato che la prova di una conoscenza anticipata da parte di chi eccepisce la tardività del ricorso può essere data anche a mezzo di presunzioni, quale l'esposizione del cartello di cantiere contenente - evidentemente - precise indicazioni sull'opera da realizzare (C.d.S., IV, 22 gennaio 2019, n. 534; 23 maggio 2018, n. 3075; 25 ottobre 2017, n. 4931; 4 dicembre 2017, n. 5675; 15 novembre 2016, n. 4701).

Nel caso di specie, i resistenti e lo stesso ricorrente confermano che il cartello di cantiere, esposto il 3.8.2017, conteneva l’indicazione del titolo autorizzatorio e dell’oggetto dell’intervento.

Osserva il Collegio che la descrizione delle opere riportata sul cartello (“Realizzazione SRB”) appare sufficientemente specifica allo scopo di consentire di apprezzarne le possibili ricadute negative a carico delle aree interessate dall’intervento e di quelle confinanti, e a onerare i proprietari vicini di immediata attivazione per accertare la sussistenza di un concreto e illecito pregiudizio.

E’ di comune esperienza che le SRB, infrastrutture base della telefonia cellulare, composte da antenne ricetrasmittenti poste a notevole altezza su tralicci di sostegno a loro volta collocati in posizione rialzata rispetto all'area di copertura della cella radio, hanno per natura e inevitabilmente un forte impatto visivo.

Il cartello di cantiere quindi ha reso noto l’inizio dei lavori per la realizzazione di un’opera sicuramente di notevole incidenza sull’ambiente circostante, sufficiente quindi per far sorgere in capo ai soggetti negativamente colpiti l’onere di impugnare il permesso di costruire.

Afferma quindi il Collegio che la potenzialità lesiva del titolo edilizio - immediatamente percepibile con l’esposizione del cartello di cantiere e l’inizio lavori – ha fatto sorgere in capo al ricorrente un onere di immediata attivazione quanto meno finalizzato ad accedere ai documenti per contestare le determinazioni amministrative.

Sicché la dedotta piena conoscenza dei provvedimenti impugnati (alla data del 13 ottobre in esito ad istanza di accesso) è soltanto apparentemente tale e dunque è irrilevante, non potendo un tardivo accesso ai documenti costituire atto idoneo a riaprire i termini di impugnazione.

Da quanto ora esposto si ricava che, in accoglimento dell'eccezione sollevata dal Comune resistente e dalla controinteressata, il ricorso introduttivo deve essere dichiarato irricevibile per tardività.

5. Il Collegio ritiene comunque di esaminare il merito del ricorso, allo scopo di giungere a una pronuncia maggiormente satisfattiva.

5.1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione degli art. 146, d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 e art. 4, commi 1 e 4, d.m. 30 ottobre 1956 giacché il Comune di Bagno a Ripoli avrebbe autorizzato la realizzazione della SRB in area di rilevante pregio paesaggistico in violazione del vincolo impresso dal d.m. citato e delle prescrizioni ivi richiamate. Sul punto, sostiene che la prescrizione contenuta nell’autorizzazione paesaggistica a tutela del valore paesaggistico “che il palo portante sia realizzato con colorazione scalare dal verde al celeste per un miglior inserimento nel contesto” non sia sufficiente a preservare il contesto naturalistico del paesaggio in conseguenza, per ciò solo e a prescindere dalla colorazione richiesta, dell’impatto visivo che l’antenna rappresenta (28 m. di altezza) e delle interferenze negative con le visuali panoramiche, che limita e a cui si sovrappone. Sotto tale profilo, i provvedimenti impugnati sarebbero illegittimi altresì per motivazione illogica e istruttoria carente.

La doglianza deve essere respinta.

Questo Collegio deve rilevare che, di regola, la salvaguardia dei luoghi oggetto di tutela paesaggistica, nel caso di specie a protezione delle bellezze naturali, può concorrere con l’interesse generale e il carattere di pubblica utilità dell’intervento di installazione di una stazione radio base.

Nel caso ad esame l’Amministrazione ha assentito l’intervento sul rilievo attribuito alla percezione del contesto paesaggistico di riferimento.

Invero, l’impianto di telefonia si inserisce in un contesto di area edificata e caratterizzata dalla presenza di una zona di emergenza destinata al primo soccorso (elisuperficie) posta a ridosso della rete ferroviaria direttissima Firenze-Roma, ossia interessa una superficie priva dei caratteri di assoluta naturalità, per quanto circondata da territori di pregio.

Ritiene il Collegio che i provvedimenti impugnati restano immuni dalle censure dedotte dal ricorrente, considerato che il parametro per la valutazione paesaggistica va individuato nelle specifiche prescrizioni di tutela del vincolo paesistico e che il giudizio in ordine alla compatibilità di un intervento, rispetto al vincolo medesimo, è connotato da un’ampia discrezionalità tecnico-valutativa, poiché implica l’applicazione di cognizioni scientifiche specialistiche proprie dei settori disciplinari caratterizzati da margini di opinabilità.

Dai provvedimenti impugnati non emergono profili di travisamento dei fatti, di incoerenza e di illogicità, tali da inficiare la valutazione discrezionale compiuta.

Anche la motivazione appare sufficientemente logica e coerente con riferimento all’inserimento paesaggistico dell’opera e all’osservazione che l’intervento insiste in un contesto edificato, per quanto a preminente carattere di naturalità.

Pertanto il dedotto motivo deve essere respinto.

5.2. Il secondo motivo del ricorso e il primo e secondo motivo dei motivi aggiunti possono essere esaminati congiuntamente, considerato il profilo sostanzialmente unitario delle questioni dedotte.

Con il secondo motivo del ricorso è dedotta la violazione dell’art. 709 cod. nav. per avere l’Amministrazione autorizzato l’intervento in area cosiddetta di Triage collocata nelle immediate vicinanze della rete ferroviaria Firenze – Roma (area di emergenza destinata al primo soccorso e allo smistamento delle persone in caso di sinistro stradale, destinata anche al decollo e all’atterraggio di aerei nell’ambito del servizio medico di emergenza ex d.m. 28 ottobre 2005) in assenza del parere di compatibilità aeronautica di ENAC.

Tim S.p.A. in data 27.12.2018 ha depositato la nota ENAC prot. 0055852-P del 31.5.2017 recante “Valutazione di compatibilità ostacoli e pericoli alla navigazione aerea” resa ex art. 709, comma 2, Cod. Nav.

La questione pertanto è da considerarsi superata.

5.3 Inoltre, il ricorrente denuncia l’illegittimità dei provvedimenti impugnati in quanto la SRB, costituirebbe un pericolo per l’operatività in sicurezza della rete ferroviaria in caso di ribaltamento del palo, considerata la distanza dalla rete ferroviaria (35 m) e che le attrezzature tecniche annesse alla cima del palo (alto 28 m) potrebbero sganciarsi ed ostruire la rete ferroviaria.

La censura deve essere disattesa.

L’elaborato progettuale contempla una struttura portante principale del tipo palo a traliccio metallico completata dai attrezzature tecniche esterne e aderenti in cima, quale elemento progettuale e strutturale del traliccio.

Le attrezzature esterne, incidendo sul prospetto delle opere, non possono che essere esse stesse parti del traliccio e costituire necessario punto di rilevamento della distanza dalla rete ferroviaria che il progetto ha preso a riferimento.

Il ricorrente lamenta genericamente una situazione di possibile pericolo ma non fornisce alcuna illustrazione della misurazione contestata per l’ipotesi di ribaltamento del palo né spiega quali siano i fattori (caratteristiche tecniche e dimensione delle attrezzature esterne) che impediscano di condividere i valori indicati a progetto.

5.4 Con il primo e secondo motivo dell’atto di motivi aggiunti, di comune tenore, il ricorrente lamenta che la nota ENAC sarebbe illegittima per violazione dell’art. 709 cod. nav. e per difetto di istruttoria in quanto non sorretta da valutazione alcuna circa le possibili interferenze della SRB con l’operatività in sicurezza dell’elisuperficie e che pertanto l’autorizzazione SUAP, che presuppone questo atto, resterebbe in sostanza priva della necessaria valutazione di compatibilità aeronautica.

La censura non può essere accolta.

E’ emerso in fatto che la base operativa destinata al servizio medico di emergenza con elicotteri (HEMS), con annessa elisuperficie che serve appunto la base operativa, è stata a suo tempo regolarmente approvata da ENAC e attualmente funzionante (p. 8 ricorso).

Poiché l'area interessata all'edificazione è limitrofa all’elisuperficie, con istanza del 24.2.2017 Tim chiedeva il parere alche all'ENAC ed all'ENAV.

L’ENAV, con l’impugnato parere, a seguito di specifica istruttoria valutativa e sulla base di apposito parere espresso da ENAV, in data 31.5.2017 ha dichiarato che la SRB di cui si discute non costituisce ostacolo alla navigazione e ha espresso parere favorevole alla realizzazione dell'impianto per cui è causa ex art. 409 cod. nav.

Osserva il Collegio che il giudizio affidato all’ENAC è connotato da un'ampia discrezionalità tecnico-valutativa, poiché implica l'applicazione di cognizioni tecniche specialistiche proprie di un settore scientifico caratterizzato da ampio margine di opinabilità.

Osserva poi il Collegio che ENAC ha valutato la compatibilità della SRB con la sicurezza della navigazione aerea, senza fare formale riferimento alle interferenze possibili con la corretta funzionalità dell’elisuperficie.

Deve peraltro essere rilevato che il palo si pone a distanza di 30 m dal centro dell’elisuperficie.

Considerata tale situazione di fatto, è agevole affermare che la disamina compiuta da ENAC ha necessariamente riguardato anche il rapporto fra la struttura e l’elisuperficie: l’impianto, invero, proprio in ragione della sua collocazione topografica, costituisce un potenziale ostacolo lungo le traiettorie di decollo e atterraggio degli elicotteri, ed è inverosimile che sia stato trascurato dall’ENAC.

Deve quindi ritenersi che il parere positivo dell’ENAC si riferisca anche al rapporto fra la SRB e l’elisuperficie in questione, pur non nominata espressamente.

È quindi opinione del Collegio che l’apprezzamento compiuto da ENAC sia stato condotto sulla base di una corretta e inevitabile ricostruzione dello stato dei luoghi, e si sottrae pertanto alle dedotte censure di violazione di legge e di incompletezza della valutazione.

5.5. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta che il Comune avrebbe dovuto rilasciare il titolo il titolo abilitativo in forza del Piano di sviluppo che è fatto obbligo a Tim presentare ogni anno ai sensi degli artt. 9 e 17, comma 8, l.r. 6 ottobre 2011, n. 49.

L’autorizzazione unica n. 5001/2017 sarebbe illegittima in quanto fa ricadere la SRB in area del Piano di sviluppo per il 2014, e quindi risalente di oltre 4 anni.

Il motivo è infondato.

L’art. 9 citato attribuisce ai gestori telefonici la facoltà di aggiornare i propri precedenti programmi delle installazioni da realizzare che, in assenza di aggiornamento, conservano la loro validità.

Non sussiste, pertanto, sotto tale profilo, alcun motivo ostativo al rilascio dell'Autorizzazione da parte del Comune resistente, essendo le esigenze di pianificazione nazionale degli impianti e di copertura del servizio sul territorio già fatte proprie da Tim nel Piano di sviluppo 2014, senza necessità di aggiornamento.

5.6. Parimenti infondato è il quarto motivo, con il quale il ricorrente lamenta la mancata pubblicizzazione dell’istanza autorizzatoria di Tim ai sensi dell’art. 87, comma 4, d.lgs. 1 agosto 2003, n. 259, volta a consentire il contraddittorio endoprocedimentale.

L’esame di tutte le censure prospettate dal ricorrente conferma, ad avviso del Collegio, la legittimità delle determinazioni amministrative, giacché il ricorrente si lamenta dell’installazione dell’opera ex se senza esplicitare neppure in sede giudiziaria quali avrebbero potuto essere le possibili rettifiche e/o integrazioni né indica la presenza di siti alternativi che conseguentemente ad un contraddittorio endoprocedimentale l’Amministrazione avrebbe potuto recepire.

Al riguardo è fondata l'eccezione formulata ai sensi dell'art. 21 octies, comma 2, legge 7 agosto 1990, n. 241, essendo emerso in giudizio che il procedimento non avrebbe potuto avere esito diverso anche nel caso in cui fosse stato pubblicizzato l'avvio del procedimento.

6. In forza di tutte le considerazioni che precedono, il ricorso introduttivo deve essere dichiarato irricevibile per tardività e comunque infondato nel merito, l’atto di motivi aggiunti deve essere respinto perché infondato.

La complessità della vicenda contenziosa consente la compensazione integrale delle spese di lite fra le parti anche relativamente ai motivi aggiunti.

P.Q.M.

il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Compensa integralmente spese e onorari del giudizio fra le parti costituite.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del giorno 18 settembre 2019 con l'intervento dei magistrati:

Manfredo Atzeni, Presidente, Estensore

Raffaello Gisondi, Consigliere

Giovanni Ricchiuto, Consigliere



IL PRESIDENTE, ESTENSORE
Manfredo Atzeni





IL SEGRETARIO







Notizia 18/05/2020

Ascensore esterno non è costruzione e non fa distanza, almeno secondo il TAR MILANO






Pubblicato il 31/03/2020
N. 00580/2020 REG.PROV.COLL.

N. 00833/2016 REG.RIC.



REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

(Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 833 del 2016, proposto da
- Immobiliare Borghesan S.r.l., in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa dagli Avv.ti Alessandro Dal Molin e Graziano Dal Molin ed elettivamente domiciliata presso lo studio degli stessi in Milano, Piazza Armando Diaz n. 7;
contro

- il Comune di Seregno, in persona del Sindaco pro-tempore, rappresentato e difeso dall’Avv. Roberto Ollari ed elettivamente domiciliato in Milano, Via G. Donizetti n. 38, presso lo studio dell’Avv. Federica Berticelli;
per l’annullamento

- della nota del 19 gennaio 2016, prot. 2696/2016, notificata il 26 gennaio 2016, attraverso la quale il Dirigente del Settore Area Politiche del Territorio, Culturali e Sviluppo Economico del Comune di Seregno ha diffidato la ricorrente ad eseguire i lavori di cui alla d.i.a. presentata in data 18 dicembre 2015, prot. 60319;

- di ogni altro atto presupposto, connesso e conseguente.


Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Seregno;

Visti tutti gli atti della causa;

Designato relatore il consigliere Antonio De Vita;

Uditi, all’udienza pubblica del 4 febbraio 2020, i difensori delle parti, come specificato nel verbale;

Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue.


FATTO

Con ricorso notificato in data 18 marzo 2016 e depositato il 14 aprile successivo, la società ricorrente ha impugnato la nota del 19 gennaio 2016, prot. 2696/2016, notificata il 26 gennaio 2016, attraverso la quale il Dirigente del Settore Area Politiche del Territorio, Culturali e Sviluppo Economico del Comune di Seregno l’ha diffidata ad eseguire i lavori di cui alla d.i.a. presentata in data 18 dicembre 2015, prot. 60319.

La società ricorrente è proprietaria di un immobile sito nel Comune di Seregno in Corso del Popolo n. 85 (foglio 25, mapp. 466 e 481), inserito nel Tessuto storico/polifunzionale del P.G.T. vigente e disciplinato dall’art. 22 delle N.T.A. del Piano delle Regole, oggetto di un intervento di ristrutturazione nel 2006 con realizzazione di un piano sottotetto abitabile; dopo che il Comune ha negato la realizzazione, avviata tramite la presentazione di due diverse dd.ii.aa. (datate 19 maggio e 9 novembre 2015), dapprima di un ascensore con castelletto interno e, successivamente, di un ascensore a piattaforma elevatrice con struttura a castelletto indipendente, la ricorrente, in data 18 dicembre 2015, ha presentato una nuova d.i.a. (prot. n. 60319), finalizzata all’installazione di un ascensore a piattaforma elevatrice con struttura a castelletto indipendente, cui però ha fatto seguito il provvedimento comunale del 19 gennaio 2016, che ha diffidato la società dall’eseguire i suddetti lavori; il diniego comunale è stato motivato con il contrasto dell’intervento con la disciplina di zona, che vieta gli incrementi delle superfici coperte. Pur avendo la ricorrente presentato una istanza di autotutela in data 5 febbraio 2016, il Comune non ha modificato la propria determinazione, limitandosi a trasmettere in data 1° marzo 2016 una nota puramente interlocutoria alla parte privata.

Assumendo la lesività e l’illegittimità del provvedimento del 19 gennaio 2016, la ricorrente ne ha chiesto l’annullamento, in primo luogo, per violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 4 e 22 dell’articolato del Piano delle Regole del Comune di Seregno.

Successivamente è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 77 del D.P.R. n. 380 del 2001.

Infine, è stato eccepito l’eccesso di potere per erroneità della motivazione.

Si è costituito in giudizio il Comune di Seregno, che ha chiesto il rigetto del ricorso; con separata memoria, la difesa comunale ha altresì segnalato che la Corte d’Appello di Milano, con la sentenza n. 4138/2013, confermativa della pronuncia del Tribunale di Monza n. 653/2012, all’esito del giudizio civile azionato nei confronti dell’Immobiliare Borghesan dal proprietario dell’immobile prospiciente, ha ritenuto preclusa la costruzione dell’ascensore all’esterno dell’immobile sito in Corso del Popolo n. 85, al fine di evitare la compromissione del diritto del predetto confinante.

In prossimità dell’udienza di trattazione del merito della controversia, i difensori delle parti hanno depositato memorie e documentazione a sostegno delle rispettive posizioni; in particolare, la difesa della ricorrente, oltre a prendere posizione in ordine al contenuto della sentenza della Corte d’Appello di Milano, richiamata dalla difesa comunale, ha segnalato che, in data 18 aprile 2018, è stata formulata una nuova istanza di riesame del provvedimento impugnato, non riscontrata dall’Amministrazione; in relazione a tale ultimo aspetto, la difesa del Comune ha eccepito l’inammissibilità del rilievo attoreo, contenuto soltanto in memoria e mutuato dalla predetta istanza di riesame, di disparità di trattamento rispetto ad una vicenda similare.

Alla pubblica udienza del 4 febbraio 2020, su conforme richiesta dei difensori delle parti, la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

1. Il ricorso è fondato.

2. Con il primo motivo si assume l’illegittimità del provvedimento comunale che ha negato la possibilità di avviare l’intervento di realizzazione dell’ascensore, poiché non si tratterebbe di una nuova costruzione, in grado di generare nuova superficie coperta e tenuta altresì al rispetto delle distanze da altri fabbricati, ma ci si troverebbe al cospetto di un intervento di manutenzione straordinaria di cui all’art. 27, comma 1, lett. b, della legge regionale n. 12 del 2005, non soggetto alle disposizioni limitative di cui agli artt. 2, 4 e 22 dell’articolato del Piano delle Regole del Comune di Seregno.

2.1. La doglianza è fondata.

Secondo il più recente indirizzo giurisprudenziale, l’installazione di un ascensore all’esterno di un condominio non richiede il permesso di costruire, trattandosi della realizzazione di un volume tecnico, necessaria per apportare un’innovazione allo stabile, e non di una costruzione strettamente intesa (T.A.R. Lombardia, Milano, II, 13 settembre 2018, n. 2065; I, 27 marzo 2018, n. 809; T.A.R. Abruzzo, Pescara, 9 aprile 2018, n. 134; T.A.R. Lombardia, Milano, II, 30 giugno 2017, n. 1479; T.A.R. Liguria, I, 29 gennaio 2016, n. 97).

Ne discende che la realizzazione di un ascensore non concorre alla creazione di volume o di superficie aventi rilievo in ambito edilizio, non generando tale opera un autonomo carico urbanistico.

Quindi la previsione contenuta nell’art. 2, comma 3, del Piano delle Regole – che definisce la superficie coperta – non può essere applicata ai vani ascensori, non essendo questi assimilabili alle nuove costruzioni; ugualmente non si può applicare il successivo comma 4, che disciplina le distanze dal confine, tenuto conto che “ai sensi del combinato disposto degli articoli 78 e 79 del D.P.R. n. 380/2001, le opere dirette all’abbattimento delle barriere architettoniche possono essere realizzate in deroga alle norme sulle distanze previste dai regolamenti edilizi, salvo l’obbligo di rispetto delle distanze di cui agli articoli 873 e 907 del codice civile. Non risulta, dunque, applicabile in tali casi la previsione di cui all’articolo 9 del D.M. 1444/1968” (T.A.R. Lombardia, Milano, II, 17 luglio 2019, n. 1659).

Peraltro va pure precisato che il superamento delle barriere architettoniche è finalizzato a rendere usufruibile l’immobile non soltanto da soggetti affetti da un handicap in senso proprio e oggetto di formale riconoscimento, ma può andare a beneficio anche di persone che per l’età avanzata o per condizioni personali possono avere delle difficoltà ad accedere all’immobile in questione (cfr. Consiglio di Stato, VI, 9 marzo 2020, n. 1682; 18 ottobre 2017, n. 4824; T.A.R. Lombardia, Milano, II, 17 luglio 2019, n. 1659).

In ragione di quanto evidenziato, risulta irrilevante, in relazione alla fattispecie oggetto di controversia, l’applicazione dell’art. 22 delle N.T.A., che, con riferimento al Tessuto storico, microtessuto polifunzionale, non pone alcuna limitazione agli interventi fino alla ristrutturazione edilizia conservativa, all’interno dei quali va certamente ricompresa anche la realizzazione di un vano tecnico qual è l’ascensore esterno.

2.2. Pertanto, il primo motivo di ricorso deve essere accolto.

3. Con la seconda e la terza doglianza, da trattare congiuntamente in quanto strettamente connesse, si assume l’illegittimità del diniego comunale nella parte in cui lo stesso avrebbe erroneamente qualificato come irreversibile la scelta della ricorrente di non realizzare l’ascensore all’interno della sagoma dell’edificio in occasione di una recente attività di ristrutturazione, indirettamente avvalorato, secondo la prospettazione comunale, dall’impegno assunto nel 2006 dal tecnico di parte, in ordine alla realizzazione di una piattaforma mobile-servoscala per garantire la futura accessibilità al piano sottotetto dell’immobile; nemmeno potrebbero giustificare il provvedimento impugnato i dinieghi relativi alle precedenti dd.ii.aa. (datate 19 maggio e 9 novembre 2015), stanti le differenti motivazioni ed istruttorie poste a fondamento degli stessi.

3.1. Le doglianze sono complessivamente fondate.

In primo luogo, non assume alcun rilievo la circostanza che la società ricorrente non abbia ritenuto di realizzare l’ascensore in occasione della ristrutturazione edilizia dell’immobile, conclusasi nel mese di ottobre 2013. L’obbligo di installare, in via preferenziale, un ascensore interno alla sagoma dell’edificio, piuttosto che all’esterno della stessa, non è imposto dall’art. 79 del D.P.R. n. 380 del 2001, il quale autorizza unicamente la realizzazione delle opere finalizzate alla rimozione delle barriere architettoniche in deroga alle distanze previste dai regolamenti edilizi, salvo comunque il rispetto delle distanze di cui agli artt. 873 e 907 cod. civ. (ossia tre metri).

Al proposito non risulta perspicuo il richiamo effettuato dalla difesa del Comune ad un precedente di questa Sezione – sentenza 3 luglio 2015, n. 1541 – nel quale si è affermata la possibilità di derogare ai Regolamenti edilizi soltanto in assenza di alternative valide ed effettivamente praticabili; appare evidente che, in applicazione del criterio gerarchico nella risoluzione delle antinomie tra le fonti del diritto, una tale affermazione non può riferirsi al caso in cui vi sia, come nella fattispecie de qua, una norma primaria (art. 79 del D.P.R. n. 380 del 2001) che introduce, in via espressa, una deroga alla normativa sulle distanze e non richiede la sussistenza di ulteriori presupposti, quali tra gli altri, ad esempio, l’assenza di valide alternative a quelle che la normativa consente di porre in essere ordinariamente. Del resto, porre delle limitazioni all’applicabilità della legge in virtù di previsioni contenute in un regolamento locale non risulta possibile (art. 1 Preleggi), tranne che la stessa legge non consenta una tale deroga (cfr., in maniera esplicita, art. 873 cod. civ.).

Per tali ragioni e in aderenza con quanto sostenuto dalla difesa della ricorrente, non appare condivisibile la statuizione della Corte d’Appello di Milano che, con la sentenza n. 4138/2013 (all. 15 del Comune), confermativa della pronuncia del Tribunale di Monza n. 653/2012, ha ritenuto che la possibilità di realizzazione di un ascensore all’interno dell’immobile – sussistente all’atto dei lavori di ristrutturazione – precludesse la costruzione dello stesso all’esterno, così da evitare la compromissione del diritto del proprietario dell’immobile prospiciente.

3.2. Ugualmente non appare dirimente la circostanza che il tecnico di parte si fosse impegnato nel 2006 a realizzare, in alternativa all’ascensore, una piattaforma mobile, visto che su impulso dello stesso Comune – che aveva ritenuto necessaria l’installazione di un ascensore al fine di superare le barriere architettoniche –, nel 2007 il legale rappresentante della ricorrente si era assunto, in via unilaterale, l’impegno a realizzare un vano ascensore all’esterno dell’immobile di Corso del Popolo n. 85 (cfr. all. 13 del Comune), poi demolito all’esito della vertenza civile culminata con la sopracitata sentenza della Corte d’Appello.

Infine, l’art. 77 del D.P.R. n. 380 del 2001, sebbene imponga la realizzazione dell’ascensore in quei fabbricati con più di tre livelli fuori terra (comma 3, lett. d), non stabilisce affatto se lo stesso debba essere costruito all’interno o all’esterno della sagoma dell’edificio, lasciando alla libera valutazione degli interessati una tale scelta, purché la medesima sia rispettosa delle prescrizioni normative, in cui vanno indubbiamente ricomprese quelle contenute nell’art. 79 del D.P.R. n. 380 del 2001 in ordine al rispetto delle distanze. Del resto, l’art. 1 della legge n. 13 del 1989 prevede che “l’installazione, nel caso di immobili con più di tre livelli fuori terra, di un ascensore per ogni scala principale raggiungibile mediante rampe prive di gradini”, mentre l’art. 3 del D.M. n. 236 del 1989 prevede che negli edifici residenziali con non più di tre livelli fuori terra è consentita la deroga all’installazione di meccanismi per l’accesso ai piani superiori, ivi compresi i servoscala, purché sia assicurata la possibilità della loro installazione in un tempo successivo. Perciò, in ossequio alla normativa sopra richiamata, sia di carattere primario che secondario, l’ascensore deve comunque essere installato in tutti i casi in cui l’accesso alla più alta unità immobiliare sia posto oltre il terzo livello, ivi compresi eventuali livelli interrati e/o porticati (cfr., per l’identica situazione di fatto, T.A.R. Lombardia, Milano, I, 27 marzo 2018, n. 809).

3.3. Infine, come ammesso pure dalla difesa del Comune, il provvedimento impugnato, rispetto ai precedenti dinieghi, si pone alla stregua di un atto di conferma in senso proprio, poiché è stato adottato a seguito di una rinnovata istruttoria e di un riesame della fattispecie e contiene una motivazione parzialmente differente: è su quest’ultimo quindi che si concentra l’interesse concreto e attuale della parte ricorrente ad una decisione di merito (cfr., sul regime processuale dell’atto confermativo in senso proprio rispetto a quello dell’atto meramente confermativo, Consiglio di Stato, IV, 27 gennaio 2017, n. 357; T.A.R. Lombardia, Milano, II, 9 dicembre 2019, n. 2628; 10 maggio 2018, n. 1242).

3.4. La fondatezza delle suesposte censure rende irrilevante l’esame del rilievo formulato sia in sede di memoria che di richiesta di riesame da parte della ricorrente, ossia l’asserita disparità di trattamento operata dal Comune nei confronti della ricorrente rispetto ad una fattispecie similare a quella oggetto di contenzioso (cfr. all. 2 al ricorso).

4. La fondatezza delle scrutinate doglianze determina l’accoglimento del ricorso e l’annullamento del diniego comunale impugnato nella presente sede.

5. La peculiarità della fattispecie giustifica la compensazione delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso indicato in epigrafe e, per l’effetto, annulla la nota del Comune di Seregno del 19 gennaio 2016.

Compensa le spese di lite, ma con rifusione del contributo unificato in favore della parte ricorrente a carico del Comune di Seregno.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del 4 febbraio 2020 con l’intervento dei magistrati:

Italo Caso, Presidente

Alberto Di Mario, Consigliere

Antonio De Vita, Consigliere, Estensore



L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Antonio De Vita Italo Caso





IL SEGRETARIO







Notizia 15/05/2020

In Friuli il 'distanziamento sociale', ma tra sale giochi e luoghi sensibili, inizia prima del coronavirus





Pubblicato il 01/04/2020
N. 00110/2020 REG.PROV.COLL.

N. 00161/2019 REG.RIC.



REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 161 del 2019, proposto da
Bingomania S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato Alessandro Ventura, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;
contro

Comune di Martignacco, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall'avvocato Roberto Ollari, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;
per l'annullamento

- del provvedimento di divieto di avvio dell’attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di data 18.04.2019, con cui il Comune di Martignacco, Ufficio Attività Produttive, in persona del Funzionario Responsabile Area Edilizia Privata, Urbanistica, Attività Produttive, dott. Carlo Tondon, ha respinto la SCIA presentata dalla ricorrente e avente ad oggetto l’installazione di un nuovo apparecchio per il gioco lecito presso il pubblico esercizio ad insegna Bingomania, all’interno del Centro Commerciale Città Fiera di Torreano di Martignacco, disponendo “il divieto immediato di avvio dell’attività di cui alla SCIA n. 110888 del 27.03.2019, assunta al protocollo comunale n. 5367 di pari data, e la rimozione degli effetti dannosi e lavori realizzati sulla base della SCIA presentata”;

- di ogni altro atto, comunque connesso, presupposto e/o consequenziale all’atto sopra citato, ivi compresi gli atti tutti menzionati del provvedimento indicato appena sopra, tra cui:

la nota di data 06.03.2019, con cui il Comune di Martignacco ha dato “riscontro” alla comunicazione della ricorrente di installazione di apparecchi per il gioco lecito a distanza inferiore a 500 metri dai luoghi sensibili assunta al protocollo comunale n. 3253 del 25.02.2019;

il parere della Direzione Centrale Salute, Integrazione Socio Sanitaria, Politiche Sociali e Famiglia della Regione, datato 16.05.2018, prot. 9940 citato nel provvedimento di diniego;


Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Martignacco;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 12 febbraio 2020 la dott.ssa Manuela Sinigoi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

La ricorrente espone di esercitare regolare attività di sala bingo e sala slot in locali ubicati all’interno del Centro Commerciale “Città Fiera” di Martignacco (UD), frazione Torreano, in forza del contratto di locazione stipulato con la società DEC S.p.a. e delle necessarie autorizzazioni amministrative da epoca antecedente dall’imposizione dei limiti di distanza alle attività di gioco e scommesse dai cosiddetti “luoghi sensibili”.

Espone, inoltre, che per fatti sopravvenuti all’inizio della sua attività ovvero per l’entrata in vigore della legge regionale che ha introdotto il limite di distanza e per l’apertura di attività inserite nell’elenco dei luoghi sensibili si è trovata ad operare ad una distanza inferiore a 500 metri da alcuni di tali luoghi.

Espone, tuttavia, che, ritenendo di rientrare nella deroga di cui all’art. 6, comma 11,

della l.r. 1/2014 (“Il divieto di cui al comma 1 non si applica qualora l’insediamento dell’attività qualificata come luogo sensibile ai sensi della presente legge sia successivo alla installazione degli apparecchi per il gioco lecito o all’insediamento dell’attività di raccolta scommesse”), ha deciso di installare un nuovo apparecchio per il gioco all’interno della sua attività, stipulando il relativo contratto con un concessionario diverso da quello al quale si riferiscono gli altri apparecchi in esercizio.

Espone, quindi, che con s.c.i.a. ha comunicato al Comune di Martignacco l’installazione del nuovo apparecchio, specificando che lo stesso si trova ad una distanza inferiore ai 500 m dai luoghi sensibili e che l’installazione avviene “ai sensi dell’art. 6 c. 11 della L.R. 14/02/14, n. 1”.

Espone, infine, che il Comune, con il provvedimento in epigrafe compiutamente indicato, le ha vietato l’avvio dell’attività.

Da qui il presente ricorso, con cui la ricorrente chiede l’annullamento di tale atto e di quelli ulteriori indicati, denunciandone l’illegittimità per “violazione e/o falsa applicazione di legge in relazione all’art. 6 della L.R. 1/2014 e all’art. 7 della L. 26/2017, con violazione e/o falsa applicazione altresì dei principi comunitari e nazionali che regolano la concorrenza ed il libero mercato (artt. 49 e 56 TFUE, artt. 3 e 41 Costituzione), nonché con violazione e/o falsa applicazione del principio di irretroattività della legge (art. 11 disp. pr. c.c.) e/o da eccesso di potere” perché derogherebbero in modo irragionevole al principio di irretroattività della legge e/o sarebbero viziati da eccesso di potere perché sorretti da una motivazione errata, manifestamente illogica, contradditoria ed errata, e perché determinerebbero un trattamento ingiustamente discriminatorio a suo danno.

Per il caso in cui questo Tribunale ritenesse che il diniego impugnato, col parere a supporto, e la nota del 06.03.2019, facciano corretta applicazione delle leggi, e che pertanto che tali leggi prevedano che l’esenzione del comma 11 dell’art. 6 L.R. 1/2014 valga solamente per i casi verificatisi successivamente all’entrata in vigore della L.R. 26/2017, chiede, inoltre, di “accertare l’illegittimità della legge (art. 6 L.R. 1/2014 e art. 7 L.R. 26/2017), nei limiti e per le ragioni già riassunte appena sopra, ovverosia perché è illogica nella parte in cui applica retroattivamente il divieto del comma 1, dell’art. 6 della L.R. 1/2014, e non l’esenzione del comma 11, del medesimo articolo, con violazione e/o falsa applicazione dei principi comunitari e nazionali che regolano la concorrenza ed il libero mercato (artt. 49 e 56 TFUE, artt. 3 e 41 Costituzione), nonché con violazione e/o falsa applicazione del principio di irretroattività della legge (art. 11 disp. pr. c.c.), perché irragionevolmente derogato e perché determina un trattamento ingiustamente discriminatorio a danno delle attività regolarmente autorizzate prima della legge, che si trovino a meno di 500 metri da luoghi sensibili insediatisi successivamente, rispetto a quelle attività che si venissero a trovare nelle medesime condizioni dopo l’entrata in vigore della legge.

Conseguentemente vorrà accertare l’illegittimità dei provvedimenti impugnati nei termini in cui interpreta ed applica tale normativa. E vorrà pertanto, comunque, annullare i provvedimenti impugnati con la disapplicazione dell’art. 6 L.R. 1/2014 e dell’art. 7, L.R. 26/2017”.

Il Comune, costituito, ha eccepito, in via preliminare, l’inammissibilità del ricorso ex adverso proposto per mancata notificazione dello stesso alla Regione Friuli Venezia Giulia, autorità emanante uno dei provvedimenti impugnati, in particolare il parere della Direzione Centrale Salute, Integrazione Socio Sanitaria, Politiche Sociali e Famiglia della Regione, datato 16.05.2018, prot. 9940, citato nel provvedimento comunale.

Ne ha contestato, in ogni caso, anche la fondatezza, soffermandosi, in particolare, ad evidenziare che “la ricorrente ha presentato una SCIA per l’installazione di un nuovo apparecchio per il gioco lecito (nell’ambito di una sala giochi già esistente) ad una distanza inferiore a 500 m da alcuni (istituti di credito e sportelli bancomat nonché esercizi di compravendita di oggetti preziosi ed oro usati).

Tale attività è da considerarsi non lecita, in quanto si pone pacificamente in contrasto con il divieto di cui all’art. 6, c. 1 l.r. 1/2014 (che vieta l'installazione di apparecchi per il gioco lecito entro la distanza di cinquecento metri da luoghi sensibili)… Il caso di specie non rientra inoltre nella deroga di cui all’art 6, c. 11 l.r. 1/2014…”, in quanto: “…l’insediamento dei luoghi sensibili precede l’installazione del nuovo apparecchio per il gioco di cui alla SCIA presentata da Bingomania, ma precede altresì l’apertura della sala giochi…” e “… la deroga è rivolta a salvaguardare le attività di gioco/scommessa che siano in regola con il vigente obbligo di distanza, in relazione al futuro sopravvenire (post LR 26/2017) di insediamenti di attività/luoghi sensibili”.

Ha, poi, anche insistito sulla natura vincolata del provvedimento emesso, tale da consentire, occorrendo, la riconduzione del caso di specie all’ipotesi delineata dall’art. 21-octies, comma 2, della legge n. 241/90.

Ha, quindi, anche radicalmente escluso la ex adverso prospettata violazione dei principi nazionali e comunitari sulla libertà di iniziativa economica e ciò alla luce di quanto costantemente affermato sul tema dalla giurisprudenza nazionale e comunitaria, nonché sottolineato che, nel caso di specie, non viene assolutamente in rilievo la questione dell’irretroattività.

Infine, ha rilevato che la invocata disapplicazione di disposizioni di leggi regionali asseritamente illegittime per contrasto col diritto interno o comunitario è del tutto inammissibile e, comunque, palesemente infondata.

La ricorrente ha brevemente replicato all’eccezione preliminare di rito e alle argomentazioni difensive del Comune e insistito nei propri assunti difensivi.

La trattazione della causa, originariamente fissata per la pubblica udienza del 29 gennaio 2020, è stata, poi, rinviata a quella successiva del 12 febbraio 2020 per le ragioni sinteticamente riportate nel primo verbale.

Dopo la discussione, è stata trattenuta in decisione.

Il Collegio ritiene, innanzitutto, di poter prescindere dallo scrutinio dell’eccezione preliminare di rito sollevata dalla difesa del Comune, atteso che il ricorso non è, comunque, fondato nel merito.

Ferme restando le considerazioni di carattere generale svolte e i principi di diritto affermati e/o richiamati sub pt.i da 10 a 10.5 e 16.2 della sentenza TAR FVG, I, 17 maggio 2018, n. 162, che paiono mutuabili anche nel caso di specie e ai quali si fa rinvio ex art. 74 c.p.a., giova, invero, richiamare innanzitutto l’attenzione sulle disposizioni della legge regionale 14 febbraio 2014, n. 1 e s.m.i. che qui assumono specifico rilievo e precisamente:

- art 6, comma 1, che stabilisce che “Al fine di tutelare i soggetti maggiormente vulnerabili e di prevenire i fenomeni di dipendenza da gioco d'azzardo e da gioco praticato con apparecchi per il gioco lecito, è vietata l'installazione di apparecchi per il gioco lecito e l'attività di raccolta di scommesse ai sensi dell'articolo 88 del regio decreto 773/1931 entro la distanza di cinquecento metri da luoghi sensibili”;

- art. 6, comma 3, che stabilisce che “Sono equiparati all'installazione di apparecchi per il gioco lecito, ai fini e per gli effetti di cui al comma 1: a) il rinnovo del contratto stipulato tra esercente e concessionario per l'utilizzo degli apparecchi; b) la stipulazione di un nuovo contratto, anche con un differente concessionario, nel caso di rescissione o risoluzione del contratto in essere; c) l'installazione dell'apparecchio in altro locale in caso di trasferimento della sede dell'attività”;

- art. 6, comma 11, che stabilisce che “Il divieto di cui al comma 1 non si applica qualora l'insediamento dell'attività qualificata come luogo sensibile ai sensi della presente legge sia successivo alla installazione degli apparecchi per il gioco lecito o all'insediamento dell'attività di raccolta di scommesse”;

- art. 2, comma 1, lett. e), nn. 9 e 10, che stabilisce che, ai fini della legge stessa, si intendono per luoghi sensibili, tra gli altri, “gli istituti di credito e gli sportelli bancomat” e “gli esercizi di compravendita di oggetti preziosi e oro usati”.

Ugualmente va richiamata l’attenzione sulla disposizione di cui all’art. 7 della legge regionale 17 luglio 2017, n. 26, recante Modifiche alla legge regionale 14 febbraio 2014, n. 1, laddove, ai commi 1 e 2, stabilisce che “Le attività in corso alla data di entrata in vigore della presente legge si adeguano al divieto di cui all'articolo 6, comma 1, della legge regionale 1/2014, come sostituito dall'articolo 3, nei termini di seguito indicati: a) entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge qualora si tratti di sale da gioco o sale scommesse; b) entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge nel caso di qualsiasi altra attività” e che “Il mancato adeguamento nei termini di cui al comma 1 comporta l'applicazione da parte dei Comuni delle sanzioni di cui ai commi 1 e 2-ter dell'articolo 9 della legge regionale 1/2014, come modificato dall'articolo 5”.

Tale disposizione, pur non assumendo rilevanza diretta nel caso in esame (che riguarda l’installazione, in una sala giochi già esistente, di un nuovo apparecchio per il gioco a meno di 500 m dai c.d. “luoghi sensibili” pre-esistenti), offre, pur tuttavia, un’utile chiave di lettura anche delle disposizioni precedentemente richiamate, in quanto, nell’imporre sostanzialmente la ricollocazione di tutte le attività in corso che non rispettano la distanza minima dai luoghi sensibili, riafferma in maniera inequivoca la sussistenza di un generalizzato divieto di installare (e mantenere installati) apparecchi per il gioco lecito e l'attività di raccolta di scommesse entro la distanza di cinquecento metri da luoghi sensibili e, al tempo stesso, rende evidente che la deroga di cui all’art. 6, comma 11, della l.r. 1/2014 è consentita solo a favore delle attività, allo stato, in regola ovvero di quelle che già rispettano i 500 metri di distanza dai luoghi sensibili ovvero attività non soggette a ricollocazione ai sensi dell’art. 7 della l.r. n. 26/2017 e che potrebbero, invece, in futuro trovarsi a distanza inferiore a seguito dell’insediamento di nuovi luoghi sensibili.

Questa, infatti, pare l’unica lettura delle norme che qui assumono rilievo in linea con le finalità, perseguite dal legislatore regionale, di prevenzione e contrasto della dipendenza da gioco d'azzardo e da gioco praticato con apparecchi per il gioco lecito e di adozione di misure volte a contenere l'impatto negativo sulla vita della popolazione delle attività connesse alla pratica di tali giochi.

Alla luce delle disposizioni su indicate, è, dunque, evidente che il diniego di installare un nuovo apparecchio e l’inibizione della s.c.i.a. con cui lo si voleva installare, qui opposto, sfugge alle censure dedotte dalla ricorrente.

E’ pacifico, infatti, che la ricorrente, che esercita attività di sala bingo e sala slot in locali ubicati all'interno del Centro Commerciale “Città Fiera” di Martignacco, frazione Torreano, dall’anno 2002:

- è ubicata a una distanza inferiore da plurimi luoghi sensibili e, segnatamente, da un istituto di credito e sportelli bancomat e da esercizi di compravendita di oggetti preziosi e oro usati, come si evince, del resto, agevolmente dalla planimetria del Centro commerciale in questione, dimessa dal Comune intimato in data 10/2/2020 su richiesta di questo Tribunale;

- l’installazione del nuovo apparecchio (in sala giochi già esistente), per il quale la ricorrente ha stipulato in data 22.02.2019 un contratto con un concessionario diverso da quello al quale si riferiscono gli altri apparecchi in esercizio, si pone pacificamente in contrasto con il divieto di cui all’art. 6, c. 1 l.r. 1/2014 ed è stata chiesta dalla medesima in base all’erroneo presupposto di poter fruire della deroga di cui al citato art. 6, comma 11, della legge regionale citata. Al riguardo, il Comune in intimato ha dato, infatti, evidenza, senza essere stato in alcun modo smentito dalla ricorrente, che l’insediamento dei luoghi sensibili presenti presso il Centro commerciale a distanza inferiore a quella minima di legge precede pacificamente l’installazione del nuovo apparecchio per il gioco di cui alla s.c.i.a. presentata da Bingomania e che, tra gli altri, la ditta Stroili ha iniziato la propria attività di compravendita di oro usato addirittura prima della stessa apertura della sala giochi. E’, peraltro, evidente che nessun apprezzabile rilievo può assumere la circostanza che la ditta Stroili, con atto in data 11 febbraio 2020, ha comunicato che dal 12 febbraio 2020 non eserciterà più presso il punto vendita del Centro Commerciale “Città Fiera” l’attività di compro oro (all. 1 fascicolo doc. ricorrente in data 11/2/2020), in quanto, oltre a non essere l’unico luogo sensibile che rende concreto e attuale per la ricorrente il divieto di cui all’art. 6, comma 1, è evento sopravvenuto al provvedimento opposto, la cui legittimità va necessariamente vagliata alla luce della situazione fattuale esistente al momento della sua emissione.

In puntuale e doverosa applicazione delle norme di legge vigenti e sulla scorta di adeguata motivazione, il Comune ha, dunque, correttamente denegato alla ricorrente l’avvio dell’attività di cui alla s.c.i.a. presentata e disposto la rimozione di tutti gli eventuali effetti dannosi e lavori realizzati sulla base della stessa, essendo, tra l’altro, totalmente primo di fondamento quanto affermato dalla medesima ovvero che si sarebbe ritrovata “… da una condizione in cui operava a distanze superiori a 500 metri dalle attività poi definite sensibili, ad operare ad una distanza inferiore a 500 metri da alcuni di tali luoghi” e che i luoghi sensibili ubicati attualmente ad una distanza inferiore a 500 metri si sarebbero insediati successivamente ad essa.

Né viene in rilievo alcuna ipotesi di retroattività, dato che il provvedimento impugnato vieta l’installazione di un nuovo apparecchio, richiesta da Bingomania dopo l’entrata in vigore della l.r. 1/2014, della l.r. 33/2015 e della l.r. 26/2017.

Priva di fondamento – come condivisibilmente evidenziato dalla difesa del Comune - è, inoltre, anche la denunciata violazione dei principi nazionali e comunitari sulla libertà di iniziativa economica.

Non sussiste, infatti, alcun contrasto con l’art. 3 né con “l'art. 41 Cost. che consente al legislatore di stabilire limiti all'iniziativa economica imprenditoriale a tutela dell' - intesa come locuzione comprensiva di tutti i diritti che ricevono pari tutela a livello costituzionale, tra i quali, in primo luogo, il diritto alla salute di cui all'art. 32 Cost. - poiché nei casi, come quello in esame, di possibile interferenza dell'attività imprenditoriale con la salute dei cittadini, è consentito al legislatore di porre limiti all'esercizio della prima nel rispetto di un necessario e opportuno bilanciamento degli interessi” (cfr., tra le tante, Consiglio di Stato, Sez. V, 4 dicembre 2019, n. 8298).

Senza contare che il Consiglio di Stato ha reiteratamente affermato che “una distanza di 500 mt risulta essere sufficientemente ragionevole, adeguata e proporzionata, rispetto ai fini di prevenzione della ludopatia e di tutela della salute dei soggetti più deboli” (cfr. V Sez. n. 5237 del 2018; Sez. IV, 27/11/2018, n. 6714; Sez. III, 10 febbraio 2016, n. 579; Consiglio di Stato sez. V, 06/07/2018, n.4145) e che, come ricordato da recente autorevole giurisprudenza, “la Corte Costituzionale, nei suoi numerosi interventi in materia, ha ritenuto che la tutela della salute dei soggetti più deboli è sussumibile tra gli obiettivi che, ai sensi dell'articolo 41 della Costituzione, possono giustificare limitazioni all'iniziativa economica privata, tenuto conto della non assoluta preminenza del principio di libertà dell'attività economica privata nella nostra Costituzione” (C.d.S., III, 19 dicembre 2019, n. 8563).

Analogamente per giurisprudenza consolidata della Corte di giustizia UE, le restrizioni alle attività di gioco d’azzardo possono essere giustificate da ragioni imperative di interesse generale, quali la tutela dei consumatori e la prevenzione della frode e dell’incitamento dei cittadini ad una spesa eccessiva legata al gioco, sicché, in assenza di un’armonizzazione eurounitaria in materia, spetta ad ogni singolo Stato membro valutare in tali settori, alla luce della propria scala di valori, le esigenze che la tutela degli interessi di cui trattasi implica, ed ai giudici nazionali assicurarsi, in modo coerente e sistematico, tenendo conto delle concrete modalità di applicazione della normativa restrittiva di cui trattasi, che quest’ultima risponda veramente all’intento di ridurre le occasioni da gioco e di limitare le attività in tale settore (v. Corte di giustizia UE 22 ottobre 2014, nelle cause C-344/13 e C-367/13; id., 24 gennaio 2013, nella causa C-33/2013; id., 16 febbraio 2012, nelle cause C-70/10 e C-77/10; nonché Corte giustizia UE, 30 giugno 2011, nella causa C-212/08, secondo cui «gli obiettivi perseguiti dalle normative nazionali adottate nell’ambito dei giochi e delle scommesse si ricollegano, di regola, alla tutela dei destinatari dei servizi interessati e dei consumatori, nonché alla tutela dell’ordine sociale; siffatti obiettivi rientrano nel novero dei motivi imperativi di interesse generale che possono giustificare limitazioni alla libera prestazione dei servizi; anche le considerazioni di ordine morale, religioso o culturale, nonché le conseguenze moralmente e finanziariamente dannose per l’individuo e la società che sono collegate ai giochi d’azzardo e alle scommesse possono giustificare che le autorità nazionali dispongano di un potere discrezionale sufficiente a determinare, secondo la propria scala di valori, le prescrizioni a tutela del consumatore e dell’ordine sociale»).

Quanto, infine, alla richiesta di “disapplicazione” delle norme della legge regionale che qui vengono in rilievo per asserito contrasto col diritto interno o comunitario la stessa, in disparte ogni valutazione sulla sua ammissibilità, è, comunque, manifestamente priva di pregio per le ragioni già dianzi evidenziate.

In definitiva, il ricorso è infondato e va respinto.

Le spese di lite seguono la soccombenza e vengono liquidate a favore del Comune intimato nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia, Sezione I, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna la società ricorrente al pagamento a favore del Comune intimato delle spese di lite, che vengono liquidate in complessivi € 2.000,00, oltre oneri di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Trieste nella camera di consiglio del giorno 12 febbraio 2020 con l'intervento dei magistrati:

Oria Settesoldi, Presidente

Manuela Sinigoi, Consigliere, Estensore

Nicola Bardino, Referendario



L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Manuela Sinigoi Oria Settesoldi





IL SEGRETARIO







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